MIT INCONTRA PARIDE LEPORACE
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MIT INCONTRA PARIDE LEPORACE

Da una collaborazione di Giovanna Senatore con Tommaso Mestria nasce quest’intervista con cui andiamo ad incontrare Paride Leporace, direttore di Lucana Film Commission

Dopo aver posto le mie domande a Paride Leporace, ho cercato in rete sue notizie biografiche per imbastire una breve introduzione. Non ho avuto bisogno di cercare altro quando mi sono imbattuta nella pagina in cui ferma tutti i suoi pensieri e brevemente si descrive e così ho deciso di lasciar parlare lui, perché in quella sintesi, a tratti dissacrante, ho riconosciuto luomo che aveva risposto alle mie domande. Una chiacchierata breve la nostra, ma densa di temi importanti (Giovanna Senatore).

Paride Leporace è nato sotto il segno dei Gemelli nell’anno in cui si svolge American Graffiti. Calabrolucano, combatte le contraddizioni di due meravigliose regioni meridionali. Nelle sue precedenti vite è stato autonomo, punk, ultrà, rilevatore storico, critico cinematografico. Ha fondato Radio Ciroma e il quotidiano Calabria Ora ma anche la Mensa dei poveri di Cosenza. Pensa di essere giornalista e ancora si chiede come abbia fatto a dirigere due giornali (il Quotidiano della Basilicata) e ad essere per cinque anni vicario di Ennio Simeone al timone del Quotidiano della Calabria. Ha collaborato a Mucchio Selvaggio. Ha scritto il libro “Toghe rosso sangue” in cui narra la biografia dei 27 magistrati uccisi in Italia. Attualmente ricopre l’incarico di Direttore della Lucana Film Commission”.

Lo scorso anno è stato presentato il progetto LuCa, accordo tra Lucana Film Commission e Calabria Film Commission, unite per creare un nuovo asse di sviluppo nel mondo della promozione del settore cinema a livello territoriale. Ce ne spiega la genesi e i progetti in via di realizzazione?

A distanza esatta di un anno dalla presentazione di un progetto estremamente innovativo, che è riuscito a permettere economie di scala e operatività a scavalco di limes, la questione sta nei risultati raggiunti con pochissimi fondi stanziati e molta passione. Abbiamo sostenuto “A ciambra” di Jonas Carpignano che ha trionfato a Cannes, viaggia veloce nel mondo ed esce nelle sale il 31 agosto. Molti critici cinematografici di tutti il mondo hanno parlato di capolavoro per un’operazione produttiva cosmopolita e globale che si avvale del marchio di Martin Scorsese.

Il nostro progetto pilota “The Millionaire” fa debuttare alla regia un talent come Claudio Santamaria che approda come evento speciale alla prossima Mostra del cinema di Venezia. In cantiere ci sono anche un lungometraggio di una giovane regista dedicato all’Arberia e un corto di forte valenza antropologica. Su questo versante abbiamo anche realizzato ad agosto ad Oriolo, sul confine, un entusiasmante campo studi sui riti arborei con cineasti delle due regioni, sindaci, intellettuali di spessore. Ci siamo aggiornati per continuare l’esperienza.

E a Venezia annunceremo anche la cooperazione su una serie americana di enorme valore.

Non abbiamo preclusioni verso ogni tipo di linguaggio. Siamo fortemente motivati a proporre un modello di sviluppo economico virtuoso e se mi si consente l’azzardo anche postmoderno. Con buona pace di chi ama rinchiudersi nelle piccole patrie premiate da pennacchi neoborbonici.

Cinematograficamente parlando, l’immagine che ne viene fuori del sud è spesso piagnona. Possiamo scardinarla questa idea?

Su questo tema invito a leggere i libri e le puntuali analisi in Rete di una giornalista molto preparata come Paola Abenavoli che sul punto ha prodotto significative analisi. Il cinema italiano da romano centrico è diventato mobile. Con una propensione ad andare nella trasformazione dei generi verso Sud. Dalla fenomenale Puglia alla poliedrica Campania, senza trascurare nessuna regione, Isole incluse, assistiamo ad una costante demolizione di stereotipi e di luoghi comuni.

Qualcosa resta. Ma c’è molto da vedere e riconoscere. Per fortuna non mancano buone sentinelle. E le film commission meridionali sono spesso motori di queste nuove narrazioni filmiche e audiovisive.

Come si può fare cultura in due regioni “complicate” come la Calabria e la Lucania, senza troppo scontrarsi con le farraginosità burocratiche?

Le farraginosità non sono solo calabrolucane ma italiane e a volte anche europee. L’incubo kafkiano di trasparenza e controllo eccessivo continuano a favorire maneggioni e rallentano l’amministrazione pubblica in cui lavorano anche molte persone specializzate e motivate. E’ un problema nazionale che andrebbe affrontato con determinazione dal riformismo di ogni colore. Il populismo di ogni risma sguazza in questa questione. Oggi la questione dell’industria culturale è la punta più avanzata della nuova questione meridionale.

Da giornalista a direttore di un progetto di sviluppo cinematografico. È cambiato il suo modo di guardare soprattutto al mondo politico?

Ricoprire un ruolo diverso mi ha fatto guardare ad alcuni aspetti del cosiddetto “processo mediatico” in modo differente. Per molteplici vicende siamo stati e continuiamo ad essere succubi di una magistratura, che fatto salve le dovute eccezioni, opera con personalismi pericolosi e privi di contrappesi democratici. Lo Stato di Diritto è violato spesso e volentieri in una sorte di golpe bianco che umilia i diritti del cittadino.

Di questo sono molto preoccupato, e pur non essendo mai stato un giornalista giustizialista, faccio molta autocritica su quello che si poteva fronteggiare. Ammetto di essere stato terzista, che era uno posizione giornalistica anche di opportunismo. Bisognava stare molto di più dalla parte del torto.

Quest’anno ricorre il quarantennale di uno degli snodi più drammatici della storia italiana, il settantasette, che fu distruzione e violenza, ma anche sperimentazione, innovazione e una diffusa creatività giovanile. Chi sono oggi gli eredi di questa componente attenta all’innovazione culturale?

Mi spiace che su questo versante anteponi lo snodo drammatico al grande fiume carsico di quell’anno decisivo per l’Italia. Sono di parte, perché anagraficamente vengo da quel brodo molto salutare. L’ultimo sommovimento di massa novecentesco e il primo della nuova era hanno avuto uno straordinario effetto salutare. Non possiamo a quarant’anni di distanza ridurre l’analisi alla sola questione della violenza di massa che interessò l’Italia ma anche diverse zone temporaneamente autonome del pianeta.

Segnalo l’ottimo lavoro realizzato quest’estate da Blob che proponendo immagini diversissime ha permesso una mappatura emozionale dell’anno che ritorna. La discomusic, il punk, l’attuazione delle riproducibilità dell’opera d’arte, Carmelo Bene, l’andare allo stadio in modo differente, la profonda innovazione dei media che preparano la strada ad Internet e numerosi avvenimenti della politica, del costume, hanno profondamente modificato la vita di noi tutti.

Non si tratta di reducismo dei sopravvissuti. Quel passato contamina molti aspetti del presente di resistenza di chi non si rassegna al solipsismo e alle ipertrofie dell’Io. La differente concezione del bene pubblico e della creatività sono l’essenza psicobiolgica delle molte teorie della liberazione che ancora possono dispiegarsi abolendo lo stato reale delle cose. In modo diverso ma possiamo ancora continuare a ridere, amare, combattere.

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1 settembre 2017

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