LA CRESCITA DEL DEBITO PUBBLICO E L’EREDITÀ DI KEYNES
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LA CRESCITA DEL DEBITO PUBBLICO E L’EREDITÀ DI KEYNES

Lo scorso mese di maggio pubblicavamo l’invito per Un caffè liberale con il prof. Carlo Scognamiglio Pasini” sul tema “Il pensiero economico liberale: da Adam Smith a John Maynard Keynes“. Oggi diamo continuità a quell’invito con questo contributo. Carlo Scognamiglio Pasini è Professore Emerito di Economia Applicata presso l’Università LUISS Guido Carli di Roma (ndr).

La questione più seria che sottende l’analisi del professor Wagner è rappresentata dall’enorme e crescente ammontare del debito pubblico degli Stati Uniti, che ha raggiunto oggi la cifra record (per il periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale) di 19.900 miliardi di dollari, pari all’incirca al 105% del PIL di quel paese.

Il problema rappresentato dalla crescita del debito pubblico è iniziato nel periodo 2007-2009, dopo la crisi finanziaria di quegli anni e riguarda – in misura più o meno considerevole – tutti gli altri grandi paesi del mondo. In quest’ occasione ci concentreremo soltanto sugli Stati Uniti, il paese-guida dell’economia mondiale ed emittente della sola valuta universalmente accettata in tutto il globo.

Sebbene sia rimasto pressoché stabile negli ultimi anni dell’Amministrazione del Presidente Obama, il debito pubblico americano potrebbe essere destinato a crescere rapidamente negli anni a venire se le promesse elettorali del Presidente Trump in merito a riduzione delle imposte e grandi investimenti infrastrutturali saranno mantenute.

Questo solleva due domande:

La prima (che riguarda tutti) è: per quanto tempo il debito degli USA sarà sostenibile?

La seconda (che interessa prevalentemente i dipartimenti di Economia delle migliori università) è: esiste una scuola di pensiero che avrebbe potuto influenzare la crescita incontrollata del debito pubblico? Ovvero, per seguire la tesi del professor Wagner, è possibile attribuire tale influenza a un economista defunto; e possiamo ritenere che John Maynard Keynes sia responsabile di questa situazione?

La risposta alla prima domanda è semplice: non lo sappiamo e nessuno può saperlo. Il debito pubblico giapponese ha già raggiunto l’equivalente di 10.500 miliardi di dollari, pari a circa il 240% del PIL, ossia un valore più che doppio dell’ammontare americano. Il debito giapponese – inoltre – cresce al ritmo di oltre il 5% del PIL, quasi il doppio dell’equivalente americano. Ciò nonostante nessuno scommette un centesimo sul possibile crollo del debito pubblico del Giappone. Il tasso d’interesse di mercato per i buoni del Tesoro giapponesi a scadenza decennale è oggi lo 0,06%, segno indiscutibile che i mercati non ravvisano alcun rischio in questo genere di asset.

Di conseguenza, il debito pubblico degli Stati Uniti potrebbe raddoppiare senza indurre necessariamente un timore di default; e questa considerazione sottende, verosimilmente, le promesse in campo economico del Presidente Trump.

La risposta alla seconda domanda, ossia in quale misura Keynes (o il “cancro keynesiano”) abbia influenzato la crescita del debito pubblico degli Stati Uniti è: “ben poco, solo recentemente e per ottime ragioni”.

Ciò può essere compreso chiaramente osservando l’effettivo processo di formazione del debito pubblico statunitense, e ricordando in che modo l’influenza di Keynes sugli economisti e decisori politici americani sia variata al trascorrere del tempo.

Il pifferaio magico di Bretton Woods

L’idea di presentare il più grande economista del Ventesimo secolo come una sorta di pifferaio magico britannico (the British pied piper), o come uno spauracchio desideroso di minare alla radice i buoni valori americani, è piuttosto vecchia e risale almeno* all’epoca in cui Keynes era vivo e vegeto e assai attivo alla guida della delegazione britannica durante i preparativi della conferenza di Bretton Woods nella prima metà del 1944.

* L’influenza di Keynes sull’altro spauracchio dell’America conservatrice degli anni Trenta, ossia Franklin Delano Roosevelt, è una questione controversa. Per quanto il New Deal avesse un certo sapore keynesiano, Roosevelt non fu influenzato in misura significativa da John Maynard Keynes. Nel dicembre 1933 quest’ultimo aveva pubblicato “An Open Letter to President Roosevelt”, in cui propugnava uno stimolo della domanda aggregata per il tramite del finanziamento di opere pubbliche. Tuttavia, dopo l’incontro di Keynes con il Presidente Roosevelt, avvenuto il 28 marzo 1934, questi liquidò sommariamente l’economista britannico definendolo «un matematico, più che un economista politico». In effetti, nel programma del Partito Democratico per il 1936, il partito di FDR non adottò una dottrina keynesiana, auspicando piuttosto il pareggio del bilancio federale. Le conseguenze dei tagli di bilancio indussero la doppia recessione del 1937-38.

Considerando la grande disparità qualitativa nella delegazione guidata da Keynes, che comprendeva almeno due altri eccellenti economisti (L. Robbins e D. Robertson) rispetto alla delegazione americana, guidata da uno sconosciuto Sottosegretario al Tesoro (Harry D. White), il 9 luglio 1944 – all’inizio dei lavori della conferenza – la Chicago Tribune pubblicò un articolo, probabilmente ispirato dai due principali economisti dell’Università di Chicago negli anni Trenta e Quaranta, Frank Knight e J. Viner. L’articolo, intitolato “Good Money for Bad”, affermava tra l’altro:

L’Autore [del progetto di trattato o di accordo discusso nel corso della Conferenza di Bretton Woods], John Maynard Keynes, è un ardente sostenitore dell’inflazione (…) Egli non è mai riuscito nell’intento di far accettare le sue teorie dal governo del proprio paese, giacché si tratta di un paese creditore (…) Oggi la Gran Bretagna è un paese debitore e Keynes si propone di alleggerire gli oneri che esso deve sopportare per mezzo del chimerico piano ora in discussione. Il popolo americano desidera aiutare a riprendersi la nazione britannica ormai prossima al fallimento ma nessun americano, se non un White, un Morgenthau, o un Roosevelt, completamente dominati dai britannici, approverebbe la concessione di questo aiuto a spese della nostra stessa solvibilità.

Ovviamente Keynes non aveva intenzione di impadronirsi dell’oro che gli americani avevano accumulato durante la guerra. Il suo progetto iniziale per Bretton Woods fu pienamente accettato dagli americani con alcune modifiche di minor conto, eccettuato lo specifico punto di sostituire l’oro e il dollaro con una valuta di riserva internazionale detta “Bancor”.**

** Il “Bancor” (dal francese “oro bancario”) era il predecessore degli attuali SDR (Special Drawing Rights, ossia Diritti Speciali di Prelievo), aventi lo scopo di prevenire limitazioni agli scambi internazionali in conseguenza della scarsità di dollari dovuta all’avanzo commerciale strutturale americano.

Gli americani ritenevano che questa parte del progetto di Keynes rispondesse esclusivamente agli interessi britannici, giacché la Gran Bretagna aveva speso tutte le proprie riserve auree (e oltre) per far fronte alle spese belliche prima che entrasse in vigore il Lend Lease Act. D’altra parte, gli Stati Uniti avevano accumulato grosso modo l’80% delle riserve auree mondiali, per non parlare di un colossale ammontare di asset e crediti stranieri.

In definitiva, Keynes accettò la versione di White basata sulla parità tra oro e dollaro e sottoscrisse la bozza finale dell’Accordo di Bretton Woods, nella quale il tasso di cambio di ogni valuta era fissato rispetto al valore del dollaro, che a sua volta fungeva da valuta di riserva collegata al prezzo dell’oro. Le altre facciate dell’edificio di Bretton Woods erano rappresentate dal Fondo Monetario Internazionale, dalla Banca Mondiale e dal GATT (General Agreement on Tariffs and Trade).***

Non fu facile far accettare al Parlamento britannico l’abbandono delle cosiddette “clausole preferenziali imperiali”,**** che equivaleva, alla fine, ad abbandonare l’impero. In un memorabile discorso tenuto il 18 dicembre 1945 alla Camera dei Lord, Keynes persuase i suoi riluttanti compatrioti ad accettare l’Accordo e il nuovo ordine finanziario e monetario mondiale; una decisione necessaria al fine di prevenire l’isolazionismo americano ed evitare i terribili errori commessi dopo la Prima Guerra Mondiale, creando un sistema stabile in grado di sostenere la prosperità internazionale grazie a crescita, pieno impiego e stabilità dei prezzi.

*** I prestiti diretti da parte degli Stati Uniti ai paesi occidentali rappresentavano un altro elemento importante del programma di ricostruzione. Dopo l’abrogazione della legge Lend Lease, nell’agosto 1944, il Regno Unito ottenne un prestito di 3,5 miliardi di dollari. In seguito venne adottato l’European Recovery Program (ERP, il cosiddetto “Piano Marshall”), consistente in finanziamenti pari a 14 miliardi di dollari da versare nel corso di quattro anni. Al fine di agevolare una prima forma d’integrazione economica nel continente europeo, all’ERP si affiancò l’Organizzazione Europea per la Cooperazione Economica (il predecessore dell’OCSE), che dette vita ad una serie di forme di cooperazione europea, quali la CECA, il MEC, la CEE e, in ultimo, l’Unione Europea.
**** Nel 1932 la Conferenza Economica dell’Impero Britannico stabilì, per le colonie e i Dominion autonomi, una zona di tariffe doganali ridotte nell’ambito dell’Impero britannico (clausole preferenziali imperiali) e, al contempo, elevate tariffe doganali nei confronti del resto del mondo. Queste clausole furono abrogate dopo la Seconda Guerra Mondiale in conseguenza della ratifica dell’accordo di Bretton Woods e della costituzione del GATT.
John Maynard Keynes

John Maynard Keynes

L’epoca d’oro del capitalismo (e di Keynes)

Ne seguì un periodo di 25 anni di prosperità. Gli storici economici definiscono il periodo 1948-1973 l’“età di Keynes” o, più comunemente, l’“età dell’oro del capitalismo” o anche “l’età dell’oro americana”.

Di fronte alla crescita globale, alla bassa disoccupazione, alla riduzione delle diseguaglianze, alla diminuzione del debito pubblico e alla bassa frequenza di crisi finanziarie, si dice che persino buona parte degli economisti neo-marxiani – certamente non molto ben disposti nei confronti del sistema di libero mercato – considerino l’età di Keynes l’epoca capitalistica di maggior successo nella storia.

Nel Regno Unito R. Harrod, J. Hicks e N. Kaldor completarono le schematizzazioni della teoria macroeconomica di Keynes, mentre negli Stati Uniti A. Hansen e P. Samuelson contribuirono a rendere maggiormente comprensibile a studenti e studiosi la difficile prosa dei testi di Keynes.

Per quanto concerne il tema che stiamo discutendo, il rapporto tra debito pubblico e PIL degli Stati Uniti si ridusse dal 117% del PIL (nel 1945) al 35,6% (nel 1973). Ovvero, detto in altri termini, nell’“età di Keynes” propriamente detta i governi americani, riuscirono a tagliare oltre due terzi del debito pubblico.

Il successo dell’età di Keynes fu tale che, quando nel 1969 fu istituito il Premio Nobel per l’economia, esso fu assegnato l’anno successivo a Paul Samuleson, considerato il maggiore interprete di Keynes negli Stati Uniti, insieme a R. Solow e J. Tobin (che, peraltro, in seguito vennero entrambi premiati con il Nobel).

Sul finire degli anni Sessanta, tanto Milton Friedman, il leader della principale scuola accademica rivale (la Scuola di Chicago) quanto un esponente politico dell’importanza di Richard Nixon potevano affermare «Ormai siamo tutti keynesiani». La stella di Keynes era allo zenit.

Gli anni Settanta, ovvero il paradiso perduto

Ma non durò oltre. In America, le forti spese per la guerra in Vietnam e quelle destinate ai programmi della “Great Society” produssero un enorme aumento della spesa pubblica, che fu finanziata prevalentemente stampando moneta, anziché aumentando le imposte.

La mia esperienza con fenomeni analoghi avvenuti in Italia, per ragioni differenti, in quegli stessi anni mi fa pensare che i governi interessati non siano stati influenzati da Keynes, che raccomandava il disavanzo del bilancio pubblico solo alla presenza di capacità produttive inutilizzate nell’economia e certamente non per realizzare un aumento strutturale della spesa pubblica. Per convincersene, basterebbe leggere il suo How to Pay for the War (1941) nel quale, in un momento in cui la Gran Bretagna, guidata da Winston Churchill si stava battendo da sola contro l’Asse italo-tedesco, Keynes cercò di proporre alcuni rimedi agli effetti inflazionistici delle spese per il riarmo. Né può dirsi che governanti e politici avessero una qualche dimestichezza con il Teorema di Equivalenza Ricardiana, che stabilisce l’equivalenza tra tassazione e debito per il finanziamento della spesa pubblica.

Più semplicemente, governanti e politici si comportarono nel modo descritto dalla teoria della Public Choice di James Buchanan, specialmente se consideriamo che, dal punto di vista della possibile perdita di consenso tra gli elettori, indebitarsi è meno doloroso che aumentare le tasse; e che l’inflazione prodotta dal finanziamento del deficit per il tramite dell’emissione di nuova moneta non è percepita chiaramente – o almeno, non nell’immediato – come una forma di tassazione. Rammento personalmente un’ottima descrizione di questo fenomeno data all’inizio degli anni Settanta da Harry Johnson, che può essere considerato il più giovane tra gli economisti che potevano vantare di avere conosciuto personalmente Keynes e, a detta di alcuni, il migliore dei suoi interpreti in materia di politica economica.

All’epoca era già chiaro il fallace ricorso alla Curva di Phillips (e, indirettamente, alla teoria di Keynes) fatto dai sindacati e dal Partito Laburista nel Regno Unito e dai più svariati soggetti in altri paesi. Per costoro un aumento dei salari non poteva rappresentare un ostacolo alla piena occupazione e le conseguenze sui prezzi (ossia, l’inflazione) non potevano avere che effetti redistributivi, trasferendo parte del PIL dalle rendite (e dai profitti) ai lavoratori.

Un meccanismo analogo poteva essere utilizzato per il settore pubblico dell’economia, qualora l’aumento della spesa pubblica da destinare a salari più alti o a un aumento dell’impiego pubblico, o ad altre spese, sia finanziato per mezzo di un deficit di bilancio. In definitiva, il conto sarebbe pagato dall’inflazione accompagnata da tassi d’interesse reali negativi, trasferendo così risorse dai risparmiatori ai beneficiari della spesa pubblica.

Da un punto di vista strettamente keynesiano, tutto questo sarebbe dovuto essere considerato una vera e propria eresia. In materia d’inflazione, Keynes era stato chiaro fin dal principio. In Le conseguenze economiche della pace (1919), egli aveva scritto:

Si dice che Lenin abbia dichiarato che il modo migliore per distruggere il sistema capitalista fosse quello di svilire la moneta. Con un continuo processo d’inflazione, i governi possono confiscare, segretamente e inosservati, una parte importante della ricchezza dei loro cittadini. Con questo metodo non solo confiscano, ma lo fanno arbitrariamente.

Pertanto, quello che accadde veramente non fu che Keynes, o il keynesianesimo, o Ricardo, o altri spiriti malvagi, abbiano corrotto la politica, bensì che i rapporti andarono esattamente nel senso opposto: così come gli imperatori romani tendevano a svilire il denarius d’argento per pagare l’esercito ed evitare di essere assassinati dai legionari inferociti per la mancanza di paga (cosa che avveniva con una certa frequenza), i moderni esponenti politici (e, in Europa, i sindacati) hanno fatto ricorso alla spesa in disavanzo per restare al potere. Il cancro era – come sempre – l’interesse egoistico dei politici e le lotte di potere nella politica. Gli economisti avrebbero potuto essere solo una comoda fonte di citazioni da ripetere fuor di contesto. Il Macbeth e il Riccardo III di Shakespeare, letti insieme alla teoria della Public Choice, potrebbero spiegare questo fenomeno molto meglio della Teoria Generale di Keynes.

In ogni caso, a seguito delle enormi spese finanziate mediante l’emissione di moneta, la fiducia nel dollaro fu grandemente indebolita e questo portò all’eliminazione di due delle pietre angolari del sistema di Bretton Woods: la convertibilità del dollaro in oro (1971) e il sistema internazionale di cambi fissi (1973).

Quel che rimaneva non fu sufficiente a evitare il mare tempestoso della stagflazione nei paesi occidentali, conseguenza degli shock petroliferi e del disagio sociale di quegli anni.

Da allora l’influenza di Keynes, tanto nelle politiche quanto nelle scienze economiche, si è rapidamente dissolta. Eminenti economisti keynesiani, che erano stati molti vicini a Keynes stesso (Michael Kalecki, Joan Robinson, Nicholas Kaldor) iniziarono a considerarsi “post-keynesiani”. Altri, come Samuleson, Tobin e Solow, preferirono etichettarsi “economisti à la carte”, volendo così indicare di non essere più vincolati al maestro scomparso.

Questo processo culminò nel 1976, con l’assegnazione del Premio Nobel per l’economia a Milton Friedman, leader indiscusso della corrente dominante negli studi economici in quegli anni, ossia la Scuola monetaria di Chicago.

La favola di Buchanan. Ovvero: scelte pubbliche e vizi di Keynes

Solo la piccola – piccola se ne si considera l’influenza nel mondo accademico e sulle politiche economiche – scuola guidata da James Buchanan continuava a ritenere che Keynes avesse un’influenza dominante. In un libro scritto insieme al Professor Wagner (Democracy in Deficit: The Political Legacy of Lord Keynes, del 1978) Buchanan accusava Keynes e le sue idee di essere il responsabile della corruzione (concretizzata nello sperpero di fondi pubblici) della classe politica. Il saggio presentato dal Professor Wagner è in buona parte ispirato alle idee esposte nell’opera che ho menzionato.

Sono pressoché certo che, se Keynes avesse potuto leggere questo libro – considerato il suo grande senso dell’umorismo e il suo stile ironico – egli avrebbe scritto agli autori, così come fece con un altro dei suoi critici, Friedrich von Hayek, dopo aver letto il suo La via della schiavitù. Nel nostro caso Keynes avrebbe iniziato esprimendo la propria soddisfazione per essere ritenuto ancora così influente una trentina d’anni dopo la sua scomparsa e affermando che non si sarebbe mai aspettato che la frase riportata nell’ultima pagina della Teoria generale si sarebbe attagliata tanto bene al proprio caso:

Le idee degli economisti e dei filosofi politici, così quelle giuste come quelle sbagliate, sono più potenti di quanto comunemente si ritenga. In realtà il mondo è governato da poche cose all’infuori di quelle. Gli uomini della pratica, i quali si credono affatto liberi da ogni influenza intellettuale, sono spesso schiavi di qualche economista defunto […] Presto o tardi sono le idee, non gli interessi costituiti, a essere pericolose sia in bene sia in male.

Ma egli avrebbe senz’altro aggiunto che gli sarebbe piaciuto essere ritenuto influente per le proprie idee, e non per quelle altrui, giacché egli non aveva mai pensato né scritto che:

  • i salari fossero indipendenti dalla produttività, come proclamavano molti sindacalisti in quegli anni;
  • o che la spesa pubblica potesse essere stabilmente slegata dal gettito fiscale, opinione che alcuni conservatori di destra avevano cercato di appioppare a Keynes.

Quello che Keynes aveva realmente affermato è che si può proficuamente ricorrere alla spesa in disavanzo quando una riduzione della domanda (aggregata) fa sì che i risparmi superino il livello degli investimenti e le capacità produttive rimangano in parte inutilizzate.

In effetti, l’interpretazione distorta del pensiero di Keynes è correttamente individuata anche in una citazione tratta dallo stesso libro di Buchanan e Wagner:

Non furono i piani di Keynes, bensì il suo ottimismo nei confronti della politica, dei datori di lavoro e dei sindacalisti (…) Keynes sarebbe stato tra i primi ad affermare che questi comportamenti avrebbero condannato a morte la democrazia.*****

Da Reagan alla crisi finanziaria

Come che sia, se lasciamo da parte questi dibattiti da Dipartimento di economia, nel 1979, quando Paul Volcker prese le redini della politica monetaria degli Stati Uniti il rapporto tra debito pubblico e PIL si era ridotto al 32,5%. Questo ci permette di capire in che modo egli abbia potuto aumentare il tasso d’interesse a ben oltre il 10% per arrestare l’inflazione; e per quale motivo oggi, qualora il fuoco dell’inflazione dovesse divampare nuovamente, il ricorso al tasso d’interesse a mo’ di un idrante sarebbe molto più arduo.

***** James Buchanan & Richard Wagner, Democracy in Deficit (1977), cit., p. 75

In seguito, durante gli anni di Reagan, il rapporto tra debito e PIL aumentò, fino a raggiungere il 53,1%. Difficilmente si potrebbe incolpare Keynes, giacché le politiche economiche del Presidente Reagan s’ispiravano a considerazioni pragmatiche, magari con qualche influenza da parte della Nuova Scuola dei “supply-siders” (Mundell, Laffer). Il rapporto tra debito e PIL rimase circa stabile durante la presidenza Clinton e il primo mandato di George W. Bush, per poi schizzare verso l’alto a seguito della crisi finanziaria iniziata nel 2007.

Certamente Keynes e il keynesianesimo non hanno responsabilità per le origini della crisi, ma – al contrario – si può dire che abbiamo rivestito un ruolo importante nella sua soluzione. Senza esagerare la reale influenza degli economisti sui responsabili delle decisioni politiche, si può dire che oggi tutti concordano sul fatto che recenti concetti neo-classici, quali le “aspettative razionali” e la “teoria dell’efficienza dei mercati finanziari”, che danno grande importanza alla capacità di auto-regolarsi da parte dei mercati, abbiano contribuito in buona misura alle origini della crisi finanziaria. Sono state le idee sbagliate degli economisti (certamente non keynesiani) sull’auto-regolazione dei mercati che hanno legittimato la de-regolamentazione della finanza, la quale ha condotto a un’esplosione del credito seguita da una drammatica stretta creditizia.

“Siamo di nuovo tutti keynesiani (in trincea)”

Nell’imminenza di una catastrofe che, dopo il 15 settembre 2008 con il fallimento di Lehman Brothers, avrebbe potuto essere peggiore di quella del 1929, i vecchi strumenti analitici sviluppati a seguito della Grande Depressione furono rapidamente riscoperti, con particolare riferimento all’analisi keynesiana, al punto che il 13 gennaio 2009 il Wall Street Journal poteva titolare: “Siamo di nuovo tutti keynesiani”.

Anche Robert Lucas, il nuovo leader della Scuola di Chicago, ha detto qualcosa del genere, affermando: “ credo che oggi siamo tutti keynesiani in trincea”.******

Ben Bernanke, che rivestiva l’importante carica di Presidente della Fed, così ricorda i drammatici giorni della crisi:

La prima, importante iniziativa del Presidente Obama mirava ad arrestare la devastante contrazione economica che si era prodotta. Come avrebbero predetto i nuovi (e i vecchi) keynesiani, il crollo della domanda privata (consumi, acquisto di abitazioni, investimenti in conto capitale) aveva messo in ginocchio la produzione e l’occupazione. Come Keynes aveva immaginato negli anni Trenta, per un certo tempo, in una congiuntura economica la spesa pubblica può sostituire la spesa privata.*******

Quando l’entità del disastro divenne chiara, non rimaneva molto altro da fare, se non rispolverare le ricette keynesiane. Possiamo dire quindi che fu grazie a Keynes (almeno per il 50%), a Friedman (per un altro 50%) e a “Helicopter Ben”8 (per il 100%) che la crisi fu arrestata e l’economia poté imboccare la via della ripresa.

In conseguenza alla crisi, la spesa in disavanzo è stata diffusamente utilizzata per mantenere la solvibilità del sistema bancario, per il salvataggio di banche, industrie e assicurazioni e prevenire il crollo dei mercati finanziari con il tramite di enormi iniezioni di liquidità (il cosiddetto “quantitative easing” o QE).

Il rapporto tra debito pubblico e PIL, pertanto, è salito fino al livello attuale, passando da circa due terzi del PIL prima della crisi a un valore superiore al 100%. Solo per questa parte, ossia per gli anni più recenti e per ottime ragioni, il nome di Keynes può essere associato al debito pubblico degli Stati Uniti. A chi lamenta la rinascita delle idee e dei metodi di Keynes dovremmo chiedere se dopo il collasso della bolla speculativa, che ha innescato la crisi, avremmo dovuto invece aumentare le tasse per mantenere il bilancio in pareggio. Sotto le rovine di Lehman Brothers giacciono anche decenni di ottuso e inutile anti-keynesianesimo.

****** “Robert Lucas: ‘I guess, we are all Keynesians in a foxhole’”, Daily Telegraph, 30 agosto 2009.
******* Ben S. Bernanke, The Courage to Act: Memoirs of a Crisis and its Aftermath, New Yourk, Norton 2015, p. 387.
******** In una conferenza tenuta nel novembre del 2002 Bernanke aveva sostenuto che, se si fosse ripetuta una crisi paragonabile a quella del 1929, egli avrebbe adottato la famosa idea di “far piovere dollari da un elicottero” sul paese inizialmente propugnata da Milton Friedman. Questo gli valse, nell’ambiente accademico, il soprannome di “Helicopter Ben”.
Ritorniamo alla realtà: le vere conseguenze economiche di John Maynard Keynes

Oggi Keynes sarebbe favorevole, così come lo era in periodi di normalità, al pareggio di bilancio e, se consideriamo la sua innegabile natura di elitista, sarebbe rimasto inorridito dall’idea che la spesa pubblica fosse decisa da una classe politica sconsiderata sulla sola base del proprio interesse. Keynes era un moralista ispirato da ideali elevati, impegnato nella difesa del sistema capitalistico e della democrazia dalle minacce poste dai loro numerosi nemici interni ed esterni.

Keynes sarebbe stato d’accordo con la tesi che far crescere fuori misura il debito pubblico può, nel lungo periodo, portare allo svilimento della moneta e forse avrebbe ripetuto la frase, attribuita a Lenin, secondo il quale l’inflazione era uno strumento ideale per distruggere la fiducia nella moneta e sovvertire capitalismo e democrazia.

Pertanto, possiamo affermare con certezza che debito e inflazione non fossero nelle intenzioni di Keynes, così come oggi non fanno parte della sua eredità. Se ci limitiamo ai fatti, l’autentico retaggio di Keynes consiste in:

  • il maggior progresso nelle conoscenze economiche dai tempi di Adam Smith (cosa sarebbe oggi l’economia senza Keynes?);
  • il miglior periodo per le economie di mercato dopo Bretton Woods;
  • e, oggi, il salvataggio e la ripresa dell’economia americana dopo la crisi del 2007-2009 (e, per quanto riguarda il Regno Unito, chiedere a Gordon Brown).

Dunque, anziché battersi con i mulini a vento o recidere cancri keynesiani, sarebbe meglio, oggi, cercare di eliminare il populismo, l’ignoranza o la loro sintesi, ossia l’idiozia.

Ma, come ebbe a dire il Generale De Gaulle, questo sarebbe: “un vasto programma…”.

di Carlo Scognamiglio Pasini

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7 giugno 2017

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