LE DISUGUAGLIANZE DI UN PAESE “CONSIDERATO CIVILE”
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LE DISUGUAGLIANZE DI UN PAESE “CONSIDERATO CIVILE”

L’italia descritta da molti media o dalla politica è sempre considerata un paese civile, un paese evoluto, un paese che “corre veloce” con i tempi che cambiano. Dicono. Ma siamo veramente sicuri? Siamo sicuri che descrivere una ”realtà” diversa dai fatti, poi faccia bene al paese? Io credo di no.

Paradossalmente siamo arrivati a descrivere la normalità come esempi di eccellenza, tanto siamo abituati all’inefficienza(!). Se ci colleghiamo sui siti che analizzano gli Stati e ne determinano le statistiche in base ai confronti comparativi di servizi offerti, stili di vita, garanzie e compensi, la realtà, quella vera, è ben diversa da quella che molti raccontano sul bel paese.

È brutto dirlo. Può darsi, le critiche sembrano essere percepite sempre in senso negativo, quando invece dovrebbero essere un elemento fondante per migliorarsi e crescere. Basti pensare che l’Italia, un paese descritto civile, è passato dal 41° posto del 2015 all’ 82° posto nella classifica mondiale sul divario di opportunità e status tra i due sessi in materie di lavoro e professioni.

Per intenderci: rispetto alle tematiche di remunerazione e stipendi, la differenza tra uomo e donna a parità di mansione e orari lavorativi vede il nostro paese collocarsi dopo il Burundi e il Mozambico. C’è poco da esserne fieri, direi. Un misero 126′ posto in tema di parità salariale, addirittura il 61,5% delle donne che lavora viene pagato poco o niente, secondo World Economic Forum nel ‘Global Gender Gap Index 2017. La retribuzione femminile ha rappresentato sempre una problematica seria in molti paesi, ma non in tutti. L’Islanda nel 2017 ha emanato una norma, dedicata alla tematica, che determina “il giusto compenso” a prescindere dal sesso e basato sulla mansione. A seguire i paesi scandinavi nati per dare l’esempio, verrebbe da dire, poco seguito però dall’Italia.

Su 144 paesi analizzati: Francia, Germania, Inghilterra e USA si collocano comunque in posizioni più alte dell’Italia facendoci diventare l’esempio della disuguaglianza.

Mi domando di cosa soffra il nostro paese per essere sempre il più lento, il meno ricettivo rispetto ad altri paesi che invece riescono sempre a fare da apripista?

Un paese che oggi vede i propri giovani entrare nel mondo del lavoro con poche garanzie, stipendi minimi insufficienti per garantirsi una vita autonoma, per non parlare di quelli che lavorano gratis in giustificazione della tanto ma quanto mai noiosa teoria della “poca esperienza”. E ora la domanda che verrebbe da porsi è: “A cosa serve studiare?”. Se poi appena terminati gli studi ti “assumono gratis”, per fare le fotocopie magari! La provocazione è al sistema – scuola – università – lavoro che probabilmente non funziona come dovrebbe se questi sono i risultati.

Un periodo storico, questo, che vede riprendere importanti tematiche che caratterizzavano gli anni ‘70. Come se fossimo tornati indietro nel tempo. Tanto che spesso si ricercano ricette del passato per cercare di tamponare gli errori di una politica miope, di una classe dirigente poco preparata e proiettata troppo spesso a risolvere i problemi di partito invece che focalizzare le energie sulle reali problematiche di una nazione sempre più piccola, come una maglietta acrilica lavata in centrifuga e a temperature troppo elevate. Una maglietta strizzata, che sarà difficile far tornare in splendida forma. Meglio comprarne una nuova?!

Of the Original Contract

Of the Original Contract

Da Of the original contrat, David Hume, 1748, in Saggi e trattati morali, letterari, politici e economici, a cura di Mario Dal Pra, vi è una domanda che potrebbe essere sempre utile fare in periodi storici così cupi: “Potremmo pensare che un uomo, restando su una nave, liberamente accetti il potere del comandante, anche se fosse stato caricato su di essa mentre dormiva e dovesse abbandonarla nell’oceano e perire nel momento in cui la lascia?”.

L’esempio è lungimirante per comprendere che quando si è ricattati dalla necessità non si è mai liberi di scegliere, e si è vittime dell’arbitraria discrezione di chi detiene un potere economico dominante, che “approfittando dell’appassionata abnegazione” di molti giovani che hanno voglia di investire su se stessi, nonostante tutto, sopportano persino di lavorare gratis nonostante una laurea, nonostante un diploma, nonostante un corso di formazione in funzione di “promesse di futura e radiosa prosperità“.

La potenza persuasiva delle bugie sappiamo che ha mobilitato masse. Ma poi i risultati quali sono? Che troppe persone preparate decidono di scegliere di lavorare e vivere in altre nazioni più civili o, per meglio dire, veramente civili.

Certo scegliere di andarsene è un’opzione che da molti viene giustificata come un’esperienza positiva. Nessun dubbio, ma il problema rimane, ed è anche enorme.

Sì perché vuol dire che ci sono paesi che offrono maggiori opportunità che oggi l’Italia non è in grado di offrire, perché troppo impegolata a cullarsi nel dolce far nulla, troppo impegnata a raccontarsi realtà virtuali che aumentano il mal di pancia di chi ha ancora un barlume di senso critico, che vive i problemi di tutti i giorni fatti di bollette, mutui, scuola, università, disoccupazione, “slegati dall’obbligatorietà morale del senso dell’appartenenza”. La libertà di scelta rende una società veramente evoluta e civile, la libertà usata per far crescere un sistema senza discriminazioni rende un paese efficiente.

Lo stesso Rousseau sosteneva che le donne fossero responsabili della civiltà. Beh forse non è un caso che laddove le donne sono sempre e comunque considerate un passo indietro all’uomo i paesi vivono un elevato stato di arretratezza. Secondo Alessandro Magno “niente è impossibile, per chi ci prova”.

Forse il punto è proprio questo, l’Italia è talmente abituata al principio del “è stato sempre così” che la rassegnazione ha preso il sopravvento.

Leggi specifiche emanate per contrastare il gap ci sono. Soprattutto con oggetto la redazione di relazioni aziendali pubbliche o private relative al lavoro femminile, retribuzione e mansioni, ma ancora non si riesce a fare quel passo successivo e concreto che invece le altre nazioni riescono a compiere. E rimaniamo spettatori assonnati di un presente che non è fruttifero, tra parole d’effetto dette, ed una realtà dal retrogusto amaro. In un paese in cui tutti vengono considerati “merce di scambio”  e dove lo stipendio o il salario divengono metro di giudizio del talento, che però è strutturato al ribasso, non si può crescere, non si può pretendere di diventare un paese che ne traina altri più evoluti, più liberi, più saggi e più lungimiranti.

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14 novembre 2017

About Author

Gessica Menichelli

Gessica Menichelli, giornalista, esperta di diritto Internazionale Umanitario. E’ istruttore di Diritto Internazionale Umanitario e Consigliere Qualificato per le FF.AA.. Già Ispettore e Commissario CRI, oggi è volontaria e delegata area IV CRI. Appassionata di politica.


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