società

Educazione Civica

education_civicdi Giovanna Senatore

Echeggia prepotente nel nostro Paese l’idea di una grave e diffusa emergenza che in fatto di competitività, ci pone nello scacchiere dei Paesi emergenti in posizione di netto svantaggio.

La famiglia, la scuola, le istituzioni vagano smarrite in uno spazio in cui si tende sempre di più a costruire regole proprie che trovano certezza nelle indefinite attenuanti morali, ma la crisi culturale, di valori e ideali raggiunge un punto così elevato nel nostro Paese, da porci in una situazione di duplice emergenza, quella educativa e quella formativa.[more…]

Il Nostro sistema scolastico è in progressivo declino: dall’ultimo rapporto OCSE e dai test internazionali PISA, ne viene fuori un ritratto impietoso che, oltre ad evidenziare una forte variabilità geografica, tendente a rimarcare profonde differenze tra nord e sud, mette in luce le scarse capacità matematiche e di comprensione linguistica dei nostri studenti.

Non stupisce dunque se in un recente rapporto, condotto su otto Paesi Ue e presentato nei giorni scorsi a Bruxelles, il 47% degli imprenditori italiani riferisce che le loro aziende sono danneggiate dall’impossibilità di trovare lavoratori con le giuste competenze, elemento che stride di più se pensiamo che il 72% degli educatori sono convinti viceversa che i ragazzi abbiano maturato le attitudini di cui avranno bisogno per entrare nel mondo del lavoro.

A mancare non sono solo le esperienze di base, alto rimane il divario con altri Paesi Ue per ciò che riguarda le competenze informatiche e della lingua inglese, soddisfatte rispettivamente solo per il 23 e il 18%. Va da se che il mondo della scuola e quello del lavoro corrono in direzioni diverse, senza avere alcun tipo di comunicazione che possa permettere di attuare una pianificazione programmata.

Educazione e formazione dovrebbero camminare di pari passo, così da garantire al Paese una crescita equilibrata sia dal punto di vista culturale che tecnologico, ma la sensazione generale rimane quella di una diffusa incompetenza che travolge adulti, sistema scolastico e dunque sistema Paese, alimentando quel circolo vizioso che si oppone allo sviluppo impedendoci di individuare le priorità.

Le riforme strutturali, ormai indispensabili, rischiano così di essere innestate su un terreno culturalmente debole che mancherà di dare risultati duraturi proprio perché l’irrilevante crescita  poco avrà ridestato il pensiero critico e con esso la cultura del merito, la curiosità, il sogno, la passione nell’impegno. Senza una scala di valori di riferimento che ci consente di distinguere le necessità, viene a mancare allo stesso tempo l’abilità di articolare i metodi per mettere in pratica ciò che l’educazione ha insegnato e così  alla crescita non corrisponde spesso una reale maturazione e senso di responsabilità.

Ci siamo forse convinti troppo in fretta che alcuni valori, quegli stessi che in passato ci hanno reso forti e competitivi, si fossero sedimentati all’interno della nostra società, apparentemente ormai evoluta, ritrovandoci invece  ad assistere inermi all’accelerazione di fenomeni degenerativi che ci hanno fatto perdere il senso dello Stato, dell’etica del lavoro, della giustizia e del rispetto delle regole di convivenza civile.

Le ripetute e confuse riforme, susseguitesi negli ultimi trent’anni, hanno emulato disordinatamente ora il modello scolastico – formativo europeo, rivolto principalmente a promuovere l’uguaglianza e  formare dei buoni cittadini, ora il modello dei paesi anglosassoni che ambisce invece a realizzare l’eccellenza dei singoli.

Le più recenti riforme hanno cercato di perseguire il filone contenutistico, trascurando le competenze logiche e determinando così un rallentamento nell’acquisizione degli strumenti necessari per reggere il pressante confronto con i paesi emergenti. Il sistema scolastico italiano non ha avuto in definitiva la capacità di adeguarsi o quantomeno di trovare un equilibrio tra la tradizione e l’esigenza di modernità.

Perseguire oggi un modello misto forse sarebbe la scelta più sensata, considerando che in un processo di rinascita educativa, con la mutata dimensione sociale e le famiglie strutturalmente trasformate, nessuno può dirsi esentato da un compito così delicato. Proprio per il venir meno dei modelli di riferimento tradizionali, la scuola è chiamata a divenire protagonista di un processo di cambiamento tanto difficile quanto necessario.

Tra i Paesi cosiddetti emergenti o nella stessa Europa i modelli scolastici sono ripensati per dare maggiore spazio alle competenze linguistiche e informatiche, ma ritorna l’esigenza di recuperare valori e riferimenti di base che possano con autorevolezza ricondurre la società a una più giusta dimensione. Mentre Cina, Finlandia, Giappone e India introducono nei rispettivi ordinamenti scolastici programmi rivolti a recuperare e rimodulare le norme ormai perdute di comportamento civile – attraverso le ore di educazione alla pace, al rispetto dell’ambiente e dello sviluppo sostenibile – la vicina Francia, dopo l’approvazione della “Charte de la laïcité”, si prepara a introdurre nelle scuole,  un’ora d’insegnamento di morale laica, per il recupero dell’etica pubblica.

A vent’anni dalla sua soppressione sarebbe auspicabile che anche l’Italia reintroducesse l’ora di Educazione civica, puntando sull’obiettivo ambizioso di educare le nuove generazioni alla cittadinanza per renderle consapevoli e partecipi della dimensione civile e sociale. Solo coniugando eccellenza e uguaglianza, tradizione e necessaria modernità, s’interrompe la catena del progressivo declino; ripartire da un sano e più diffuso civismo per ritornare a competere.

“Chi progredisce negli studi ma regredisce nei costumi, perde più di quanto acquisisce” Cicerone

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24 gennaio 2014

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