società

Fortunato La Rosa, una persona perbene

delittoFortunato La Rosa, primario in pensione del reparto oculistico dell’ospedale di Locri, venne ucciso l’8 settembre del 2005

la Redazione

A dieci anni dall’assassinio sono stati arrestati i presunti mandanti dell’omicidio. E saranno in molti a cui questo nome riporterà alla memoria solo ricordi sbiaditi. Per renderli più nitidi ci affidiamo al bel corsivo di Michele Inserra, pubblicato sabato 28 marzo sul Quotidiano del sud.it

Le bestie non hanno cuore. E per questo si arrogano il diritto di decidere se un essere umano debba vivere o morire, di umiliare una terra bella e maledetta come la Locride. Una terra dimenticata da tutti, dove la politica è riuscita a espellere dalla bocca promesse di rilancio mai mantenute, dove imprenditori e professionisti spesso sono andati a braccetto con mafiosi o comunque con personaggi che venivano percepiti dalla comunità locale come appartenenti alla criminalità organizzata.

Ma non è tutto nero in questo lembo di costa della fascia jonica. La Locride è fatta soprattutto di gente perbene, nei fatti. Quella che lavora con onestà, quella che si rivolge allo Stato per denunciare soprusi e sopraffazione della ‘ndrangheta, senza rivolgersi al clan egemone per chiedere protezione o portare “soffiate” a qualche clan che si è opposto a un altro. Il medico Fortunato La Rosa ha fatto della sua vita una missione di dignità. Dignità, una parola troppo spesso abusata da chi, guarda caso, non ne avrebbe neanche diritto. Il dolore di chi si è visto strappare dalla brutalità mafiosa il proprio caro va rispettato sempre.

Ma ciò che va evitato è creare falsi eroi. Ogni storia è una storia a se. Come quella di La Rosa. Il calvario di questa famiglia raramente ha conquistato grossi spazi sulle cronache dei giornali locali, regionali e nazionali. Qualche tempo fa un ottimo servizio di Andrea Galli sul Corriere della Sera e poi il nulla. La moglie di La Rosa, Viviana Balletta, ha sempre creduto fino in fondo alla giustizia, rispettando con riservatezza estrema anche i suoi tempi. Lontana dai riflettori e senza manifestazioni teatrali.

La Locride è chiamata a onorare la memoria di La Rosa, una persona che non può che costituire un vanto per questa terra, che ha pagato con la vita la sua rettitudine e il suo essere una persona perbene. A lui andrebbe dedicata una piazza, una strada, una scuola affinché il suo esempio rimanga impresso nella memoria di tutti, a partire dalle nuove generazioni, affinché tutti sappiano chi sono veramente le vittime di mafia.

Sulla vicenda l’unica interrogazione parlamentare al ministro della giustizia venne presentata dal deputato Angela Napoli nel settembre del 2007. Il parlamentare lo fece di certo senza alcuna sollecitazione da parte di Viviana Balletta. La vedova La Rosa è persona sin troppo riservata. Ha creduto che la principale strada da percorrere non erano le urla o il clamore di questa o quella associazione. Ma l’essere il “controllore” pressante e silenzioso di magistratura e forze dell’ordine. Dopo nove anni potrebbe aprirsi più di uno spiraglio per ottenere giustizia di un assassinio di una persona concretamente perbene (fonte il Quotidiano della Calabria.it).

Per saperne di più:

LA SVOLTA – Dopo dieci anni fermati i presunti mandanti del delitto del medico della Locride – La Rosa venne ucciso per le vacche sacre – Non si era piegato alla legge della ’ndrangheta delle montagne: negò il via libera sui suoi terreni ai pascoli abusivi degli animali dei boss

di Pasquale Violi – Dieci anni e una possibile verità: l’oculista Fortunato La Rosa è stato ucciso perché non si era piegato alla legge della ‘ndrangheta delle montagne, non aveva dato il via libera sui suoi terreni ai pascoli abusivi degli animali dei boss. Una follia.

Ieri i Carabinieri del Nucleo Investigativo del Gruppo di Locri, coordinati dalla Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria hanno con ogni probabilità chiuso il cerchio sull’omicidio di Fortunato La Rosa, assassinato l’otto settembre del 2005 a pochi chilometri da Canolo. A finire in manette sono stati Giuseppe Raso e Domenico Filippone, entrambi di Canolo ed entrambi considerati uomini di ‘ndrangheta.

In particolare Giuseppe Raso, alias “l’avvocato”, già detenuto ai domiciliari per una condanna nel processo “Crimine” è ritenuto, secondo quanto emerso nell’indagine “Saggezza”, il capo del “locale” di Canolo. E proprio l’inchiesta “Saggezza”, coordinata dal pubblico ministero Antonio De Bernardo e sviluppata dai Carabinieri del Nucleo Investigativo di Locri, ha portato ad una svolta decisiva nelle indagini sul delitto La Rosa, un delitto che rischiava di andare in archiviazione senza colpevoli. Invece, le poche testimonianze raccolte, le comparazioni delle celle telefoniche e alcune intercettazioni emerse tra il 2007 ed il 2008 nell’inchiesta dell’Antimafia hanno consentito l’individuazione dei presunti colpevoli della morte del professionista originario di Canolo. Un lavoro complesso e accurato quello della Dda e dei Carabinieri, che ieri si è chiuso con un blitz scattato intorno alle 3.45 del mattino. Dunque, da quanto emerso al momento, le mani della criminalità organizzata si sono macchiate anche dell’omicidio La Rosa.

Il medico è stato ucciso in località Bruverello, al confine tra i comuni di Gerace e Canolo, tra le 12 e le 13 dell’otto settembre del 2005. Al momento della sua morte Fortunato La Rosa aveva 64 anni, ed era sposato con Viviana Balletta, medico ortopedico, ed era padre di due figli. Come sottolineano gli stessi investigatori, La Rosa era un uomo di specchiata rettitudine e noto, così come anche i propri familiari, per la propria assoluta intransigenza nei confronti di ogni forma di sopruso, dal 1999 aveva smesso l’attività professionale, per dedicarsi alla passione per l’agricoltura, che esercitava in alcuni possedimenti di famiglia situati nella zona tra i comuni di Canolo e Gerace, fino a quel momento rimasti in stato di semiabbandono, in preda ad alcuni occupanti abusivi ed a capi di bestiame al pascolo brado.

Fortunato La Rosa, rispettato, stimato e molto benvoluto dalla popolazione, nei confronti della quale metteva a disposizione in modo del tutto gratuito la propria professionalità, aveva assunto talvolta atteggiamenti di caparbia indifferenza, se non addirittura di disprezzo, nei confronti di chi, andato ad “offrirgli” alcune prestazioni ed a “proporgli” il noleggio dei propri mezzi agricoli, non era abituato a sentirsi opporre rifiuti da parte degli agricoltori del luogo. E forse proprio il carattere assolutamente deciso e non corruttibile del medico è stato alla base dei dissapori nati con alcuni esponenti della criminalità locale che non vedevano di buon occhio la condizione di uomo libero e non sottomesso di Fortunato La Rosa. Durante le attività di indagine si era anche arrivati a sapere che nei tempi antecedenti al delitto il medico oculista si era lamentato di alcune invasioni da parte di bovini al pascolo all’interno delle sue proprietà, con conseguente danneggiamento delle colture di grano presenti, tanto da esser costretto a sporgere denuncia per pascolo abusivo presso la Stazione Carabinieri di Agnana.

Ma questo è solo uno degli elementi su cui hanno lavorato incessantemente i Carabinieri che con attività d’indagine condotte con metodologie tradizionali e con il supporto di attività tecniche avrebbero raccolto nel tempo univoci e convergenti indizi contro Raso e Filippone su cui gravano il contenuto delle sommarie informazioni testimoniali assunte e i progressivi riscontri acquisiti mediante intercettazioni telefoniche ed ambientali. Raso e Filippone, uomini che per la Dda sono di assoluto spessore criminale, avrebbero voluto punire La Rosa per non aver tollerato la sistematica invasione dei propri terreni da parte di bestiame di proprietà del nucleo familiare Raso-Filippone, e così ribadire la propria egemonia mafiosa sul territorio, nonché favorire l’attività di allevamento e commercializzazione di bovini, di interesse per i vertici del sodalizio e condotta anche attraverso atti di violenza o minaccia e con la pretesa del pascolo abusivo su terreni altrui. (fonte Quotidiano del sud.it).

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31 marzo 2015

About Author

Paolo Belogi Classe 1966. Già Sottufficiale infermiere M.M., ora invalido civile a tempo indeterminato per via di una fastidiosa atassia di Friedreich che non mi molla un attimo! Negli ultimi anni ho dedicato tempo, e quel poco con cui potevo contribuire, al mondo del volontariato e alla vita politica locale. Ah, insieme ad altri (io molto indegnamente) mi occupo della vita social di questo sito.


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